Ed
è con estremo piacere che mi accingo a recensire l’ottimo debutto
dei Labyrinthus Noctis. Il progetto nasce nel lontano 1996 per mano di Moreno
(voce e chitarra) che, con altri due elementi, forma i Forever Fallen Darkness,
band dedita ad un Doom molto influenzato da gruppi come Anathema, Tiamat,
Paradise Lost, Katatonia e My Dying Bride. Della formazione originale è
rimasto solo Moreno. Infatti in pochi mesi Aldo (Mystycal Fullmoon) sostituisce
il primo batterista. Dopo uno stop forzato dovuto a dissidi interni, nel 2002,
dopo alcune “false parternze” e ripensamenti, Moreno, Aldo e Ark
formano i Labyrinthus Noctis. Poche settimane dopo Kiara entra nella band
come bassista. Nell’ottobre dello stesso anno Elizabeth (già
cantante dei Lunae) entra definitivamente nel gruppo definendo la formazione
che resterà tale e solida fino ad oggi. Il nome del gruppo deriva dal
nome dato dagli astronomi ad una particolare zona del pianeta Marte, caratterizzata
da profondissime e desolate valli. Peculiarità dominante nella musica
di questa band è la lunghezza dei brani, l’uso di tastiere e
chitarre acustiche, la particolare voce femminile calda ed articolata, un’ottima
tecnica della sezione ritmica basso/batteria che duella con le parti più
atmosferiche e semplici create dal binomio chitarra/tastiera, oltre ad un
azzeccatissimo uso dell’elettronica. Definire un filo conduttore univoco
nella musica dei Labyrinthus Noctis è semplicemente impossibile. L’album
si apre con The Earth Chronicles Expeditions, un intro che definire ipnotico
è limitativo, con le tastiere “manipolate” da Ark che riescono
a creare delle atmosfere realmente agghiaccianti. Senza un secondo di pausa
si entra nell’atmosfera cupa e tenebrosa di Cemetery Of Dreams, brano
che ricorda molto i Nightwish più melodici e che in alcuni punti sembra
essere quasi una nenia. Il terzo brano, Sandglass, ha una sezione strumentale
che richiama molto lo stile degli Anathema, senza però cadere nel solito,
scontato clichè della pura e semplice clonazione. Infatti il gruppo
riesce pur sempre a creare delle ritmiche e dei riff quantomeno originali
e personali. Un inizio quasi alla Pink Floyd introduce Lost In A Castle, un
brano che, con il suo ritmo cadenzato, sembra quasi un canto popolare intonato
da un bardo. L’introduzione di Killer Glance è affidata ad Ark
che, con le sue tastiere “manipolate”, riesce a creare dei riff
che si collocano a metà strada tra il noise e l’industrial, prima
di cedere il posto all’incedere impetuoso di batteria, chitarra e voce.
Un inizio che sembra quasi preso da un Lp annuncia l’arrivo di At Dawn
No Firefly Survives, altro brano che, con il suo andamento che laterna momenti
atmosferici e melodici ad altri più potenti e tirati, richiama alla
memoria sia gli Anathema che i Nightwish. Ed ecco giungere Forever Fallen
Darkness, l’unico brano che risale alla vecchia produzione del gruppo.
L’inizio del brano è caratterizzato, manco a dirlo, dalle “malefiche”
tastiere del “demoniaco” Ark che apre la strada alle chitarre
di Moreno ed alla batteria. Inquesto brano lo stile doom che caratterizzava
la band originale è molto presente, anche se è stato un po’
riarrangiato. È la chitarra acustica ad introdurre CSM77, il brano
più corto dell’album (solo 4:09). Sin dal primo ascolto questo
pezzo sembra cantato da una sirena, con la splendida voce di Elizabeth che
si districa molto bene con una lingua che molti definiscono “morta”
(infatti il pezzo mi sembra sia cantato in latino). Per concludere, bisogna
solo dire che questo gruppo dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno,
che non bisogna essere dei cloni per avere successo, e che anche con poche
idee, ma ben utilizzate, si può arrivare al successo. Un bel disco
da avere nella propria collezione.
+ Donato Tripoli +
Davvero
interessante il "concept" che si cela dietro al monicker di questa
giovane band italiana, all'esordio: il Labyrinthus Noctis e', infatti, un
bizzarro insieme di canyon e di valli che si intersecano tra loro, sul pianeta
Marte. I nostri sembrano proprio appassionati di astrologia e metafisica;
e la trasposizione in musica del proprio amore genera un album sofferto e
malinconico, ma anche intrigante e di gran fascino, come questo "Forever
Fallen Darkness". Otto tracce che spaziano dall'Elettronica al Gothic
Rock, dalla New Wave al Dark, in un eccitante quadro d'insieme dominato dalla
delicata voce della singer Elizabeth. Come dice la loro biografia, "non
esiste ottimismo nella musica dei Labyrinthus Noctis, ma solo morte e sofferenza":
una visione nichilista della vita umana che, pero', non trova sfogo (come
si potrebbe pensare) in partiture brutali o passaggi cacofonici; tutt'altro,
la ricerca di melodie e passaggi ingrado di trasmettere all'ascoltatore sensazioni
disturbanti ed opprimenti (come angoscia e smarrimento) ma di evocare anche
riflessione e meditazione e' perseguita con somma abilita' dalla band, e prende
vita in atmosfere rarefatte e suoni di matrice elettronica, freddi come il
gelo invernate, accompagnati, per pareggiare il conto, da calde melodie vocali.
Non manca qualche incursione nella musica medioevale (alla maniera dei Blackmore's
Night), come nella bellissima "Lost In The Castle", che rievoca
l'atmosfera di antichi riti pagani e di lauti banchetti consumati di fronte
ad un fiammeggiante falò. Musica che evoca sentimenti: ecco la definizione
del sound dei Labyrinthus Noctis. Complimenti. (voto 'METALFORCE' 85/100)
+ Primo Bonali +
E'
un album affascinante e caratterizzato da temi estremamente ricercati, quello
presentato dal quintetto dei Labyrinthus Noctis. Sarebbe riduttivo etichettarlo
semplicemente come declinazione del genere metal, perche' si correrebbe il rischio
di tralasciare piu' d'una delle molteplici sfumature racchiuse nelle otto traccie
di 'Forever Fallen Darkness'. In termini non tanto stilistici, quanto piuttosto
legati al modo di elaborare sonorita' complesse e articolate, si potrebbe azzardare
un paragone con i maestosi Opeth, in considerazione della capacita' dimostrata
dal gruppo nostrano di generare emozioni suadenti e malinconiche attraverso
un sound suggestivo ed imprevedibile, difficile da assimilare al primo ascolto,
se non addirittura ostico in piu' di un passaggio. Complessita' peraltro confermata
anche dalla durata del lavoro, con oltre sessanta minuti di musica, ripartiti
in solo otto brani (quattro dei quali durano oltre dieci minuti). Una scelta
che potrebbe apparire audace, per una band emergente e desiderosa di farsi conoscere,
ma che si rivela vincente , dal momento che l'intero lavoro risulta contraddistinto
da una notevole omogeneita' (e peraltro maturita'), che dimostra come i Labyrinthus
Noctis abbiano gia' sviluppato una propria dimensione stilistica all'insegna
della coerenza e della fiducia dei propri mezzi. Un suggestivo e perfettamente
riuscito connubio di fantasia e originalita'. (voto 'ROCK HARD' 9/10)
+
Michele Martini +